La recensione della commedia dell’Unitre Abbasanta
Venerdì 22 Maggio 2009Nel teatro in prosa italiana è difficile poter presentare agli astanti un buon prodotto senza una recitazione semiperfetta, a volte neanche sufficiente perché è soprattutto il testo ad accattivare il gradimento del pubblico. Il teatro in lingua sarda, invece, è indubbiamente peculiare, perché capace di suscitare, almeno in noi sardi, quel senso di appartenenza e identità, in grado di stimolare le corde del diletto, a prescindere dalla qualità recitativa. Intendiamoci: il gruppo di Abbasanta Unitre, che ha recitato al Teatro Garau il 9 maggio, non è stato assolutamente mediocre; anzi, in alcuni suoi componenti si poteva agevolmente cogliere del talento scenico e una buona forza espressiva. Certo è che, tecnicamente parlando, discutibile è stata la pedanteria (sempre tecnicamente parlando, non ci si faccia fuorviare dal termine) di alcuni passaggi, il tempismo non ineccepibile di certi scambi di battute, e una leggera ingessatura sul palco da parte di qualche attore. Eppure è facile dire d’essersi divertiti, d’aver riso e d’aver colto degli interessanti elementi di originalità, a cominciare dai canti tradizionali battorinas, nella recitazione e nel testo di “Fizu meu s’est fatu a isposu” dell’abbasantese (d’origine ardaulese) Mario Deiana, fondatore, nel 2006, della giovanissima compagnia (già dotata di blog: http://laboratorioteatraleunitreabbasanta.blogspot.com/). Così com’è stata positiva la capacità di far respirare la differenza tra una tipica commedia ambientata in Campidano, rispetto alla location in “Cabesusu”.
Originalità ottenuta non solo, forse nel ricordo di “Peppantiogu s’arriccu” a Roma, grazie all’inserimento del divertente quanto breve intermezzo ambientato a Parigi, dove vive il figlio adulto della coppia protagonista, Chirigu, in procinto di sposarsi con una bella francese. Innesto d’oltralpe correlato dai consueti, ma sempre efficaci, calembour, frutto degli equivoci e dell’antitesi tra le due lingue romanze (“Se il Bordeaux lo chiami bordò, perché anche il Cannonau non lo chiami Cannonò?”, o ancora “Je ne compris pas! – Cosa? Lei non compra pane?”).
Ma soprattutto grazie alla capacità d’inserire in un tessuto sociale di stampo arcaico, in cui ancora resistono i pregi e i difetti che hanno caratterizzato la vita dei nostri nonni e di gran parte dei nostri padri, e che ancora restano la base culturale e romantica della società sarda, a tutt’oggi riscontrabile solo in alcune realtà dell’entroterra isolano. Insomma la ripresa della Sardegna che fu, dipinta in una cornice realistica e credibile, cui danno il loro contributo rappresentanti di tutte e tre le età della vita, dal giovane Austiliu, passando per la figlia zitella Boricca (che, comunque, alla fine riceverà l’anelata richiesta matrimoniale, fatta rigorosamente, come vuole la tradizione, prima ai genitori), e i genitori Caterina e Boriccu, fino al vecchio Ziu Isidoro; il quale, sordo come una campana, ad ogni parola rivoltagli non può far altro che stoccare uno strozzato quanto sonoro: “Ehia!”.
Le due ore di spettacolo si son svolte all’interno di un teatro con un buon numero di spettatori (poco meno di centocinquanta persone), compresi il sindaco di Oristano (una delle prime volte da quando è iniziata la kermesse) e l’assessore alla cultura, e l’immancabile (o quasi) Videolina, per un antipasto intelligente al sabato notturno oristanese.
Pierpaolo Medda




