Abbanoa, acqua cara…
Venerdì 16 Marzo 2007
…con le mani (al portafoglio) posso finalmente bere…
così avrebbe cantato il buon Lucio Battisti.
Cos’è Abbanoa? La Abbanoa s.p.a. è una società a totale capitale pubblico che è divenuta l’attuale gestore unico del servizio idrico in Sardegna. Essa nasce dalla fusione di altre società che precedentemente avevano in gestione il servizio idrico, come Esaf, Sidris, Sinoos, Govossai, Sim, UniAquae Sardegna.
Tale cambiamento è il risultato di una legge nazionale del 1994, nota come legge Galli, che, con l’intento di riordinare la gestione dell’acqua sul territorio nazionale per un utilizzo più razionale e sostenibile delle risorse, ha imposto che per ogni Ambito Territoriale Ottimale vi fosse un unico gestore del ciclo idrico integrato, che avesse cioè in mano la captazione, il trattamento, e la distribuzione dell’acqua potabile nonchè la reti fognarie, la depurazione e lo scarico.
In Sardegna è stato scelto come Ambito Territoriale Ottimale l’intera isola ed il gestore unico regionale è divenuto, per affidamento diretto, la Abbanoa s.p.a..
Qui nascono, secondo me, i primi problemi: infatti, a fronte di una maggiore snellezza amministrativa e burocratica, dovuta al fatto che si è in presenza di una sola Autorità d’Ambito che dispone e controlla e di un solo Ente Gestore che opera, viene meno la garanzia di una buona efficienza del servizio su un territorio così vasto e, inoltre, non si tiene conto delle differenze tra le varie zone.
E’ anche vero, però, che con le recenti opere di inter-connessione dei bacini idrografici la gestione dell’acqua ha assunto in Sardegna un interesse a livello più regionale.
Prima dell’avvento di Abbanoa e delle nuove disposizioni legislative la gestione del servizio idrico era in mano ai comuni che decidevano in tutta libertà a chi affidare la manutenzione delle reti idriche e fognarie, la riscossione delle bollette, la depurazione dell’acqua etc.. Non necessariamente i comuni dovevano affidare tutti i servizi ad un solo gestore ed in molti casi potevano gestire in prima persona alcuni servizi, finanziando le spese, in buona parte, grazie agli introiti delle bollette. Questo aveva causato che si creassero delle differenze tra i vari comuni, riscontrabili in diversità delle tariffe, qualità del servizio, qualità delle infrastrutture.
In questa situazione di disordine il comune di Oristano godeva del privilegio di poter fissare delle tariffe sull’acqua potabile tra le più basse a livello nazionale (0,25 €/mc) con una discreta qualità del servizio, vuoi per l’abbondanza della risorsa, ma soprattutto per una corretta gestione delle infrastrutture con la costruzione di diversi pozzi artesiani ed il contenimento delle perdite (10-15% contro la media regionale di circa 30%).
Col passaggio ad Abbanoa i comuni diventano azionisti della società, ma perdono ogni potere decisionale in merito alla gestione del servizio, fatto che, da un lato, li sgrava da ogni responsabilità e spesa, dall’altro, li impedisce di garantire i propri cittadini. In questo modo, la tariffa diventa unica per tutta la regione, e Oristano è uno tra i comuni sardi che ci rimette maggiormente da questo cambiamento perchè è costretta ad innalzare la tariffa fino a 0,55 €/mc (nella fascia di consumo fino a 140 mc), contrariamente ad altri comuni, gestiti da ESAF s.p.a. o Govossai s.p.a., che gradualmente avevano aggiornato la tariffa fino ai valori attuali stabiliti da Abbanoa.
Infatti, proprio Oristano fa parte di quel ristretto gruppo di comuni che a tutt’oggi non ha ancora ufficializzato l’adesione ad Abbanoa, ma che presto sarà costretta a farlo, salvo eccezionali stravolgimenti delle leggi regionali o nazionali. L’amministrazione comunale giustifica questa strenue resistenza con l’esigenza, condivisibilissima, di valutare l’affidabilità di Abbanoa e dell’attuale autorità d’ambito. A mio avviso, si è cercato di ritardare questo passaggio, così oneroso per i cittadini, al dopo elezioni, visto che un potenziale aumento delle bollette dell’acqua alle soglie di una propaganda elettorale potrebbe rivelarsi una brutta gatta da pelare per le fazioni politiche attualmente in carica.
Ad ogni modo, Oristano si ritiene penalizzata da questo cambiamento perchè uniforma la città alla disastrosa situazione sarda e sobbarca le spese per porre rimedio a questa situazione anche su una comunità che si era distinta per una corretta gestione della risorsa. Prendendo spunto dalla tasse sui rifiuti dove, chi più è virtuoso nell’applicare la raccolta differenziata, meno tasse paga, diversamente, nel caso dell’acqua, virtuosi o non virtuosi si trovano a pagare tutti lo stesso tanto. Bella beffa! visto che, per i rifiuti, la comunità oristanese è tenuta a pagare la penale aggiuntiva per non avere ancora avviato la raccolta differenziata.
Al di là di queste considerazioni a carattere locale, il problema si inquadra in un problema ben più generale e assai dibattuto in questi ultimi tempi che è quello della privatizzazione dell’acqua.
L’acqua è un bene naturale indispensabile per la vita umana e per l’ecosistema e, di per sé non può essere privatizzata; però può essere privatizzata la sua gestione, ossia tutti i servizi che permettono che essa arrivi nei nostri rubinetti con determinate qualità e tutti i servizi che permettono che l’acqua da noi utilizzata possa essere scaricata senza inquinare i corpi idrici ricettori. Per alcuni, questo equivale a dire che,
di fatto, l’acqua viene privatizzata.
Per parlare di privatizzazione vi deve però essere la condizione che la società a cui è stato affidato il servizio sia una società con almeno una parte di capitale privato, come è successo in altre regioni del continente dove si è ricorso addirittura a multinazionali estere (Suez). Queste società, per loro natura, rispondono ad una logica di profitto e le tariffe applicate servono, oltre che a coprire le varie spese, a produrre profitto. In questo modo, l’acqua diventa un vero e proprio affare, tanto che è sempre più diffusa la denominazione dell’acqua come “petrolio del futuro”, rafforzata dal fatto che tale risorsa sta diventando sempre meno accessibile.
Tornando in Sardegna, mi sembra di aver già detto che Abbanoa è, sì, una società per azioni, ma a totale capitale pubblico, dove le azioni sono distribuite ai comuni proporzionalmente alla loro grandezza.Allora che c’entra qui la privatizzazione?
I più accaniti oppositori del passaggio ad Abbanoa sostengono che tale ente sia un carrozzone ben peggiore della vecchia E.S.A.F., che incorpora i difetti del pubblico, come ingerenze politiche e lentezza burocratica, e quelli del privato, come le speculazioni ai danni dell’utente ed una programmazione basata esclusivamente sul profitto.
Forse è ancora presto per trarre queste conclusioni, meglio aspettare ancora un po’ cercando di tenere gli occhi ben aperti.
Ma se proprio si pensa ad Abbanoa come ad una macchina da soldi, dove vanno a finire i guadagni? Ai comuni? In nuovi investimenti migliorativi della qualità del servizio? O per aumentare le indennità dei dirigenti di Abbanoa in combutta con i dirigenti dell’Autorità d’Ambito? Anche questo non si può ancora dire, dato che a quanto pare Abbanoa non naviga in buone acque (Abbas Bonas) e sopravvive, per adesso, grazie ai finanziamenti regionali.
Spero di aver messo in risalto la complessità del problema che non si può ridurre col dire Abbanoa sì o Abbanoa no, meglio Abbanoa forse se…
Gli aspetti potenzialmente positivi ci sono:
Riordino del sistema;
Maggiore facilità nella lotta agli sprechi e nella programmazione degli investimenti;
Autonomia da amministrazioni comunali spesso inadempienti.
Ma ci sono anche gli aspetti negativi:
Rincaro ingiustificato delle bollette;
Inefficienza nel gestire un territorio così vasto;
Assenza di concorrenza nel servizio idrico.
Importantissimo sarà il ruolo dell’Autorità d’Ambito, che dovrà garantire che Abbanoa faccia gli interessi di tutti i sardi e non di se stessa. Perchè altrimenti arriveremo al punto in cui una famiglia bisognosa, ancor peggio se numerosa, non sarà più in grado di pagare la bolletta dell’acqua. Alcune associazioni già propongono degli ammortizzatori sociali da applicare alle tariffe dell’acqua, a testimonianza del fatto che il problema si sta già presentando.
Enrico Pia





Vorrei aggiungere una piccola osservazione: non si può pensare di migliorare un servizio dandone il controllo e la gestione ad un’unica società, che avrebbe un pericolosissimo monopolio di un bene indispensabile come l’acqua. Si sbaglia già in partenza. Il fatto che la società sia pubblica e non privata, non fa differenza, anzi forse una società privata garantirebbe una maggiore efficienza; si sa come funziona la cosa pubblica e quale sia l’enorme spreco di soldi, pubblici, quindi anche nostri. La parola dovrebbe andare alla gente, con un referendum ad esempio; le persone dovrebbero esprimersi sul gestore unico o meno, non è corretto che venga imposto dall’alto, ma soprattutto che venga individuato un unico ambito territoriale per l’intera isola, come se tutti i luoghi fossero uguali, proprio una assurdità! Comunque pare che Abbanoa abbia grossi problemi di bilancio, causati spesso da contrasti con comuni e utenti, e sia sull’orlo di un fallimento che a questo punto mi auguro per il bene di tutti!
Commento di Giuseppe Sanna — 20 Marzo 2007 @ 12:01
Pare che il comune di Oristano, notoriamente privo di risorse finanziarie, e parecchio indebitato, sia costretto ad entrare in Abbanoa in quanto non è più in grado di garantire la manutenzione della rete idrica cittadina.
Nel caso in cui, in fututro, si dovesse presentare la necessità di ripristinare parte della rete il comune non avrebbe nessuna sovvenzione regionale e ci sarebbe il rischio di lasciare parte della popolazione senza il servizio idrico.
Commento di claudio — 27 Marzo 2007 @ 10:52
L’acqua è qualcosa più di un bene pubblico. E’ un diritto assoluto di ogni essere vivente.Il non accesso vuol dire morte.
Privatizzare “in toto” la gestione di questa risorsa essenziale senza porre dei paletti ben delimitati è da imbecilli.
Gli enti internazionali di controllo delle risorse planetarie hanno dichiarato che la soglia minima per ogni persona “dovrebbe” essere il litri 50 d’acqua/die.
Considerando questa affermazione gli Enti Pubblici e le società di gestione NON dovrebbero far pagare questa quota minima e scaglionare le successive quote in base ai consuni effettivi, sanzionando maggiormente gli sprechi.
Potrebbe essere una politica ragionevole.
Commento di Anna Uggias — 21 Novembre 2009 @ 17:23
Due puntualizzazioni:
1) le tariffe sono stabilite dall’Autorità d’Ambito e non da Abbanoa;
2) in alcune regioni d’Italia l’affidamento a società interamente private non ha portato ad servizio migliore.
Commento di Sergio — 20 Febbraio 2010 @ 16:06